WikiVP
Lista di testi per brochure
Il seguente testo costituisce un riassunto dei commenti fatti da alcuni organizzatori del Veggie Pride in seguito alla pubblicazione sul foglio “Veganzetta” di un articolo su tale evento (Andrea Furlan, “Vegan, Veggie Pride, Veganzetta e gli Animali”, anno II, numero 3, 15 giugno 2008). L’articolo affronta la questione dell’identità dei vegani, lamentando che il Veggie Pride punti l’accento sul rafforzamento di tale identità invece che, più correttamente, sulla comunicazione dei motivi che stanno alla base dell’uso dell’etichetta “vegan”, cioè il non voler causare la morte di animali. Fa notare inoltre il pericolo che il Veggie Pride possa favorire l’equivoco comunicativo consistente nel far passare le istanze critiche come preoccupazioni identitarie favorendone così il recupero mediatico e politico. Proprio perché condividono alcune premesse di tale discorso (cioè la critica alla ricerca ed all’esibizione di un’identità forte come valore in sé), le organizzatrici e gli organizzatori del Veggie Pride italiano sono rimasti stupiti nel vedere che l’articolo attribuisse tale impostazione al Veggie Pride, il cui manifesto è su tali aspetti molto chiaro.
L’articolo comincia con una domanda fondamentale “E’ più importante dire che ’sono vegano’ o ha più senso concentrarsi sul ‘io non voglio causare la morte di altri Animali con le mie azioni e voglio far in modo che questo comunque non accada?”. La mia risposta è un sì deciso all’idea che sia più importante concentrarsi sul non voler uccidere animali, è un sì deciso come persona, come attivista ed in particolare come organizzatore del Veggie Pride. Questa domanda - con la risposta che io do - è centrale proprio nell’idea di fare un Veggie Pride in Italia: oserei dire che ne è la principale motivazione… E, in effetti, condivido pienamente quanto segue, fino all’idea che la parola “vegan” serva per mera “comodità identificativa”. E’ per questo che scopo primario del Veggie Pride è stato e sarà quello citato dall’autore: “affermare il nostro orgoglio di rifiutare di far uccidere Animali per il nostro consumo”. Tuttavia, l’autore poi fraintende in modo veramente grossolano le motivazioni, sottolineando con citazioni arbitrarie l’attenzione verso le persone vegane o vegetariane e non quella verso gli animali, e dimenticando che nel manifesto (e nei documenti sul sito www.veggiepride.it) ogni volta che si parla di veg*ani viene messo in luce precisamente che cosa significhi vegani etici o veg*ani per gli animali. L’autore omette poi l’insistenza del Veggie Pride sul rifiuto di argomenti indiretti (essere vegan per la salute, per il terzo mondo, ecc.), cioè quegli argomenti a causa dei quali si tende - quasi sempre - a concentrarsi sul veganismo (qualche che sia la motivazione del veganismo!) e non sugli animali, quegli argomenti che da anni - quelli sì - ci fanno incorrere nel rischio del “recupero” mediatico. Ad ogni modo, gli animali - una volta tanto - sono stati al centro del corteo: non si è parlato di vantaggi per la salute umana o per i bambini poveri; i numerosi cartelli evocavano la sofferenza animale, la dimensione del massacro in atto, la sua gravità, la capacità degli animali non umani di sentire gioia e dolore, e così via. I brani letti al termine del corteo parlavano di cosa accade nei macelli, della cattura degli animali selvatici per l’alimentazione e del loro calvario (in uno dei brani il narratore era proprio uno di questi animali!). Insomma, i manifestanti hanno capito benissimo lo spirito dell’iniziativa. Persino i mezzi di comunicazione di massa che ne hanno parlato sembrano aver capito che si trattava di un corteo “per gli animali”. Sono rimasto anche molto sorpreso dalle osservazioni sull’iconografia della mucca con pugno alzato. Comprendo pienamente che in tempi di degrado culturale e di berlusconismo si tenda ad usare la parola “comunista” per denigrare o mistificare qualsiasi impulso alla critica, al cambiamento o all’egualitarismo. Nel caso specifico - e vale qui il parallelo con il pugno e la zampa alzate di Animal Liberation -, il pugno alzato simboleggia il desiderio di eguaglianza e di lotta. Certo, questo in qualche modo è un aspetto “politico”. Ma è la questione animale ad essere politica: mi sorprenderebbe ancor di più scoprire nella Veganzetta una realtà che sostiene l’apoliticità dell’animalismo. Sembra quasi che si suggerisca che - per non aggiungere altre identità “di sistema” - il Veggie Pride avrebbe dovuto nascondere al mondo che i vegani lottano per gli animali. Marco Reggio, organizzazione del VP romano 2008
Come organizzatrice della manifestazione vorrei chiarire alcuni punti. La critica rivolta al Veggie Pride dall’articolo della Veganzetta mi sembra indirizzarsi verso due aspetti diversi, non immediatamente conciliabili. Inizialmente ciò che si rimprovera è la preoccupazione identitaria che l’autore attribuisce alla manifestazione; in un secondo momento sembra invece che il problema sia piuttosto la confusione comunicativa, l’equivoco che “agli occhi del mondo” il VP ingenera, insomma, più un problema di tattica comunicativa che di effettivi contenuti. Per ciò che riguarda la focalizzazione sull’espressione dell’identità vegana che secondo la Veganzetta caratterizzerebbe il VP, resta per me incomprensibile come una simile lettura possa esserci stata attribuita: il fatto stesso di non aver voluto sigle di associazioni nella manifestazione, così come il rifiuto di distinguere fra vegani e vegetariani, mi sembrano indicare proprio il contrario dell’affermazione di un'identità “forte”, arroccata su se stessa nella sottolineatura di ciò che la contrappone agli altri. Il fatto che nel Manifesto si ponga l’accento sul “noi”, che viene interpretato dall’autore dell’articolo come sintomo di un attenzione concentrata su di sé, indica piuttosto la volontà di parlare direttamente di qualcosa che ci riguarda nell’immediato, nell’esistenza quotidiana. Dire “noi” significa che non si tratta dell’affermazione di concettualità astratte , di principi generali che, proprio per il loro essere tali, riguardano qualcosa di “Altro”; dire “noi” sottolinea la condivisione di una violenza diretta e concreta, che mi riguarda nel mio stesso esistere, non come astratto diritto di altri . Violenza subita ma anche operata e che ci si può rifiutare di operare. Mi sembra evidente che c’è un senso per cui l’identità non è esclusione, ma compartecipazione, chiamata di corresponsabilità, riconoscimento che si hanno sempre la mani sporche. Rivendicare un “orgoglio” vuol dire in tal senso dichiarare che siamo già in causa, che non si tratta di una protesta formale, ma di un’opposizione agita. C’è poi, nella critica della Veganzetta, una seconda linea argomentativa, quella secondo cui è in effetti all’”esterno”, agli occhi dei non-vegetariani, che l’equivoco si verificherebbe. E questo, per di più, esporrebbe la scelta vegetariana al rischio di una strumentalizzazione da parte dei media . Ora, quello che, in generale, è chiaro per gli organizzatori del Veggie Pride – e che vorrei ribadire qui - è proprio il rifiuto di ogni strategia della doppia verità, dell’argomentazione in base a cui, esprimendo direttamente qualcosa, “la gente non capirà”. Il significato che si presenta all’esterno è l’unico significato che si riconosce. Non so perché la Veganzetta ritenga che “agli occhi del mondo” vi sia stata questa incomprensione - che ci attribuirebbe un’ossessione identitaria - in una manifestazione dove appunto non ci sono state né sigle, né caratterizzazioni ideologiche. Se poi si ritiene che siano le ossessioni inclusive del “sistema vigente” a stravolgere, ed in malafede, l’interpretazione della rivendicazione vegetariana, bene, questo dipende da come i mezzi di informazione avranno presentato la manifestazione. Anche riviste come la Veganzetta, per esempio ; che a tutt’oggi è l’unica, per quanto mi risulta, ad aver trovato una affermazione identitaria nel Veggie Pride. Brunella Bucciarelli, organizzazione del VP romano 2008
Sara: Un giorno diverso dagli altri
Lo scopo del Veggie Pride è permettere ai vegetariani di affermarsi, di affermare la legittimità della loro scelta, di essere più forti di fronte agli attacchi o alle prese in giro che subiscono continuamente. Non possiamo raggiungere questo obiettivo nascondendo quello che proviamo.
Se alcune/i provano gioia nell'essere vegetariane/i, tanto meglio! Nessuno impedirà loro di manifestare questa gioia al Veggie Pride, di portare maschere e costumi, di sorridere ai passanti. Personalmente, provo della sofferenza, perché sono cosciente di così tanti orrori contro i quali non posso fare nulla, sento un tale disagio nel subire certe conversazioni, i pranzi pieni di carne, i commenti della mia famiglia, dei miei amici o dei miei colleghi non vegetariani, anche quando non sono malevoli, e mi sono talmente abituata ad incassare tutto per non provocare litigi ricorrenti che sono davvero felice di avere la possibilità, un giorno all'anno, in compagnia di persone che hanno fatto la mia stessa scelta, di esprimere pubblicamente la mia collera e di spiegare il mio rifiuto di quella sofferenza. E non andrei ad una manifestazione che mi obbligasse a fare quello che faccio tutto l'anno: tacere per non far scappare la gente.
Tutto l'anno faccio dei gran sorrisi, spiego la mia scelta con gentilezza, stupisco con la mia cucina vegan, e questo ha cambiato poco o niente nell'alimentazione delle persone che frequento. Un giorno all'anno, in una manifestazione che facciamo per noi, ma anche per gli animali, per denunciare gli orrori che subiscono, non ho voglia di fare la stessa cosa. Non ho voglia di attenuare l'orrore con un discorso consensuale ed ipocrita. Se le/gli altre/i vogliono esprimere la loro gioia di essere vegetariani, lo facciano, questo non mi riguarda. Ma che non vengano ad impormi di lasciar trasparire certi sentimenti piuttosto che altri.
Ci viene ripetuto da anni che il Veggie Pride è troppo triste, che non possiamo attirare più manifestanti o guadagnare la simpatia del pubblico con un evento che non è allegro. Ma lo scopo del Veggie Pride non è attirare gente ad ogni costo, ma semplicemente di permettere ai vegetariani di affermare la loro scelta nella vita quotidiana. Questo obiettivo non sarà raggiunto facendoli partecipare ad un evento in cui adottano un atteggiamento che non hanno scelto. Se si arriverà un giorno a radunare diecimila persone sotto la bandiera del Veggie Pride, sarà formidabile. Ma l'evento perderebbe senso se il corteo non fosse più composto di manifestanti schietti e sinceri in primo luogo con se stessi.
Coralie: Rispettare la diversità dei partecipanti
Tutti gli anni ci viene detto che il Veggie Pride è un evento troppo triste e che bisognerebbe trasformarlo in qualcosa di festoso, al fine di attirare un numero maggiore di persone. Ma lo scopo del Veggie Pride non è assolutamente attirare più persone possibile ogni anno, o dar voglia alla gente di partecipare a questa manifestazione. Il suo scopo è di trasmettere un messaggio chiaro alla società: si può vivere senza uccidere, noi non mangiamo carne né pesce per non uccidere animali, noi denunciamo il massacro di animali, noi vogliamo mostrare la nostra esistenza per provare che è possibile vivere senza mangiare la loro carne.
Ovviamente, se un numero maggiore di vegetariani si unirà a noi l'anno prossimo non potremo che rallegrarcene; ma occorre che vengano a questa manifestazione perché aderiscono al manifesto e vogliono mostrarlo, non per festeggiare e veder gente... altrimenti, che senso avrebbe?
Ci è stato detto, ad esempio, che «i vegetariani non sono esseri tristi, amareggiati, che pensano solo a rompere le scatole agli 'onnivori' con le loro verità, ma portano in sé anche la convivialità, la vita, la gioia, sanno ridere, divertirsi».
Personalmente, non credo che si possa generalizzare in questo modo! I vegetariani possono essere persone molto diverse. Alcune/i sono felici di vivere, altre/i sono depresse/i; alcune/i adorano cucinare e mangiare, ed altre/i se ne fregano; alcune/i fanno sport, altre/i vi sono allergici; alcune/i sorridono facilmente, altre/i no; ce ne sono di misantropi e di compagnoni... Non mi va che il Veggie Pride trasmetta messaggi falsi, ma al contrario, che le persone che rifiutano di mangiare gli animali possano esprimersi nella loro diversità! Ci sono vecchi, giovani, persone riservate, altre che ridono, alcune che piangono...
Ci è stato anche detto che slogan come «gli animali mi adorano», «sono un eroe, chiedetemi perché» o ancora «fate l'amore, non gli hamburger», sarebbero positivi per il Veggie Pride.
Alcune persone adorano la compagnia di animali non umani, ma altre non hanno questo «feeling»: ciò non impedisce loro di non mangiarli. La questione di «amare gli animali» non è il tema del Veggie Pride. Quanto al fatto di presentarsi come un eroe, sia pure in modo autoironico, potrebbe apparire pretenzioso: non è perché siamo fieri di rifiutare di partecipare al massacro di animali che ci prendiamo per degli eroi.
L'ingiunzione «fate l'amore», poi, è doppiamente problematica. Non solo non ha alcun rapporto con la scelta di mangiare o no gli animali, ma in più va contro la libera scelta di ciascuno: ci sono per esempio persone che scelgono l'astinenza, con quale diritto potremmo dir loro cosa fare del loro corpo? Qualunque sia la nostra opinione in merito, è chiaro che il Veggie Pride non è fatto per trasmettere slogan di questo tipo.
Ci è stato anche proposto di «chiedere ai partecipanti di venire con maschere e costumi divertenti o originali e soprattutto di sorridere».
Non sono per niente d'accordo sul chiedere alla gente di comportarsi in un questo o quest'altro modo. Ci manca solo che le persone siano obbligate ad esibire un sorriso finto... Trovo giusto che alcune/i sorridano, che altre/i piangano, insomma che ognuno sia naturale, spontaneo! Quanto a maschere e costumi, nello staff del Veggie Pride nessuno è contro: chi ha voglia di venire mascherato lo può fare di sua iniziativa, non per imposizione.
Ci è stato poi detto di «smettere di aggredire i clienti di fast-food, kebab, macellerie, etc., attraverso i nostri slogan e i nostri atteggiamenti».
Sono abbastanza d'accordo, non è molto costruttivo mettersi lì davanti e gridare o fischiare; ma bisogna dire che questo non è stabilito nel programma del corteo, sono alcune/i manifestanti che lo fanno spontaneamente. Come organizzatori, non abbiamo mai incoraggiato grida e fischi.
Un ultimo slogan rappresentativo di cosa il Veggie Pride non è: «chi ci ama ci segua».
Non c'è un gran rapporto con il manifesto del Veggie Pride; non chiediamo alla gente di amarci, o di amare gli animali, ma solo di prendere atto che possiamo vivere senza mangiarli e che ne denunciamo il massacro.
È un messaggio molto semplice ma difficile da far accettare alla nostra società. Per questo abbiamo più che mai bisogno di valorizzarlo nel Veggie Pride, piuttosto che cercare di mitigarlo o camuffarlo.